Enrico Lattanzi

Sono tante le sue passioni da quella per i graffiti, i murales, la street-art che lo ha ispirato anche a scrivere due libri “Civitanova sui muri, sui muri di Civitanova” e “I muri non hanno morale”, a quella per i manifesti di cui ne ha raccolti migliaia. Ma anche cartoline, fotografie e persino elefanti, di tutti i materiali. Dal 1998 dirige Cartacanta il Festival che ha ideato. Oggi fotografa con una Sony Alfa ma…

TUTTO È INIZIATO DA…
Una Zenith. Anni settanta del secolo scorso. Foto di scritte sui muri, iniziative politiche con i compagni, di luoghi della città e, come una calamita che mi attirava sin da quegli anni, il porto.
Tutto con una Zenith acquistata al mercato di Porta Portese a Roma. Erano le macchine fotografiche che avevano un fantastico rapporto prezzo/qualità. A quei tempi in pochi facevano fotografia. Era costosa. Stavamo uscendo dagli anni in cui “tre palle”, fotografo professionista, veniva a piedi al quartiere di San Marone, alle case popolari faceva foto b/n su richiesta, dopo qualche settimana riportava le fotografie, te le faceva vedere e se non pagavi…se le riportava via.
Completamente digiuni e con l’assistenza di una dipendente di un affermato fotografo professionista, in due tre abbiamo avviato l’esperienza di un laboratorio, di una “camera oscura”. Pellicola comperata a metri, rullini confezionati in casa, carta Ilford di varie misure, tank sviluppo pellicola, bacinelle sviluppo carta, acidi, lampada rossa, ingranditore MEOPTA, cecoslovacco, nuovo di zecca, ma del 1956, comperato da Pennesi, si proprio lui, il grande fotografo, insieme ad uno stock di vecchie carte fotografiche tedesche, ingiallite, “datate, virate avorio”, ma fantastiche per qualità, e dopo qualche anno il mitico ingranditore Durst. Accumulavamo scatti di discutibile qualità, indistinto grigio, e nottate intere in improbabili camere oscure, dove ogni volta mancava qualcosa. Fumare, imprimere, sviluppare, parlare, confrontare, sperimentare e foto “lavate” nella vasca del bagno di casa e appese per tutto l’appartamento. Forse era più un fatto di militanza che di vera fotografia, le nostre foto erano per mostre, comunicazione politica, documentazione. Un nostro fotografo mito, in quegli anni era Renato Monteverde, detto “lo nano”. Gli scatti di Renato, la sua creatività, il suo colpo d’occhio, la ricerca, l’innovazione nello sviluppo in b/n e a colori…indescrivibili.

enrico_civitanova

QUALE E’ IL TEMA CENTRALE DELLE TUE FOTO?
Mi piace molto fotografare il lavoro di quelli che poi riescono a cambiarlo con la propria intelligenza e lotta. Mi sarebbe piaciuto molto ad esempio fare fotografia negli anni ’60, in particolare fotografare gli operai metalmeccanici della FIOM, la classe operaia.

CHE COSA TI FA FERMARE E DECIDERE DI SCATTARE?
Una veduta insolita, particolare, un gesto. Preferisco ricercare e documentare cose originali e non fotografate da altri. A volte mi “fisso” sullo stesso soggetto, con decine di scatti, per studiarlo e per coglierne appieno il senso, “il verso”, imparando da ogni scatto precedente.

QUALE E’ IL LUOGO DI CIVITANOVA CHE TI PIACE DI PIU’ FOTOGRAFARE?
Il porto: “è sempre nuovo e diverso”.

LA COSA PIU’ STRANA CHE HAI FATTO PUR DI SCATTARE UNA FOTO..
Il 22 o 23 dicembre di qualche anno fa, per fotografare, dagli scogli a pelo d’acqua, un peschereccio che rientrava verso sera con l’ultima pescata prima di Natale, sono caduto in mare. Mi sono ritrovato completamente bagnato, morto di freddo e la mia Sony buttata via insieme al telefonino. La coppietta di ragazzi che mi ha aiutato a rialzarmi e ad uscire dall’acqua, mi ha ricordato che avevo una certa età. Forse quest’ultima è stata la parte più dura.

IL SOGGETTO PIU’ DIFFICILE DA FOTOGRAFARE?
Mah! Per me è l’antipatico. Anche normale, no?

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CI SONO DEI FOTOGRAFI A CUI TI ISPIRI?
Non riesco ad ispirarmi a dei fotografi, non ho la stoffa per farlo, però mi affascina, e non poco, la vita di Rodcenko, per il periodo culturale e politico in cui ha vissuto, il rapporto con la sua compagna, perché era amico di Majakovskij, Eisenstein e dei dadaisti e per il tipo di fotografia che realizzava, i suoi fotomontaggi erano uno strumento di denuncia e un innovativo ed efficace mezzo di comunicazione.

OGGI TUTTI CON IL CELLULARE POSSONO SCATTARE E PUBBLICARE UNA FOTO..
Io personalmente non mi ci trovo a fare foto col telefonino, ma non ho la puzza al naso, penso che ha avvicinato alla fotografia milioni e milioni di persone. Credo che il passaggio dalla pellicola al digitale sia stato bellissimo e decisivo per la “democratizzazione dell’uso della fotografia”, nel senso che è divenuto uno strumento in più per comunicare a larga diffusione senza eccessivi costi e complicazioni tecniche. Certo con questi nuovi e formidabili strumenti, sarà da ridefinire il concetto di bello e artistico, almeno in fotografia.

TI PIACE FARTI FOTOGRAFARE?
Mi piace essere fotografato ma senza che me ne accorga, e non mi faccio i selfie.

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QUANTO RIVELA DI TE UN TUO SCATTO?
Scatto per “documentare”, ritengo la fotografia il mezzo più idoneo per condividere un’idea, un’emozione, un luogo, una bellezza, un senso, e fissarlo da qualche parte, non vedendo l’ora di farlo, per poterlo poi rivedere e gustare. Mi piace molto comunicare, condividere, far vedere, portare a conoscenza, e credo che questa sia stata la molla scattata, pur non considerandomi assolutamente un “fotografo”.

LA FOTO CHE ANCORA NON HAI FATTO E’..
…quella di domani.